Il comune e il sistema cooperativo in declino!!!

Caro Sindaco, l’abbiamo sentita affermare in occasione dell’assemblea aperta di sabato 7 dicembre all’Oratorio della carità che l’alternativa all’aumento delle tasse è l’inevitabile taglio dei servizi. Ci sembra un modo un po’ troppo “tranchant” di porre la questione; preferiremmo affrontare l’argomento con un approccio più globale.

Da quando le ultime Finanziarie hanno messo il veto ai Comuni per l’assunzione di personale, le cooperative sono sempre più presenti sul mercato del lavoro. Sì, perché il welfare-state Italiano è in ritirata, il privato conquista posizioni e la sussidiarietà cooperativa viene in soccorso a sindaci sempre più poveri di risorse pubbliche: il che vuol dire intervenire sui servizi per infanzia, la vecchiaia, la sanità e l’assistenza: i punti più delicati delle società occidentali. Prima erano settori gestiti da un modello «pubblico» che costituiva il vanto delle amministrazioni e del partito di riferimento. Oggi il ritornello che sentiamo più spesso è «non ce la facciamo più a gestire scuole per l’infanzia, asili comunali, case per anziani». Così nascono Fondazioni e holding che aggregano cooperative a cui viene data in appalto la gestione del welfare. Un quadro dentro cui prolifera il fenomeno delle cooperative :società con «padroni normali» che vivono nella filiera degli appalti, soprattutto nei servizi , nell’edilizia e nei trasporti che creano un dumping sociale (con ribassi fino al 30% degli stipendi, orari improbabili e allentamento delle tutele). La cooperazione in Italia si trova perfettamente a suo agio nell’era della globalizzazione, della competizione sul costo e sulla flessibilità del lavoro, aggiungendo ai vantaggi fiscali previsti dalla legge (pressione fiscale del 10-15% inferiore a quella che grava sulle imprese di capitale), una pratica che sempre più spesso supera i vincoli contrattuali, utilizzando in modo estremo la figura del socio-lavoratore con stipendi mediamente più bassi rispetto ai dipendenti «privati» e «pubblici»: un sistema che risucchia anche le storiche coop «bianche» e «rosse» nate per tutt’altri scopi. Venendo alla nostra situazione e alla sua affermazione sulla necessità di tagliare i servizi al cittadino, avremmo qualche riflessione da fare sull’affidamento di tali servizi alle cooperative.

Consultando i bilanci comunali ci risulta che il Comune paga ad una cooperativa (che peraltro si definisce una arl onlus, ma ha un fatturato da grande azienda) una cifra oraria a lavoratore 5 volte superiore a quella che entra in tasca al lavoratore stesso (dato quest’ultimo rilevato ascoltando chi dentro le cooperative ci lavora). C’è qualcosa che non va o è solo una nostra impressione?

Attualmente a nostro avviso servono nuove regole nella definizione di gare d’ appalto, nell’individuare le modalità di affidamento dei servizi alle cooperative sociali. Serve un doveroso controllo, dal momento che il Comune investe risorse finanziarie per pagare i servizi dati in appalto alle cooperative. Non intendiamo con questa analisi “bocciare” tutte le cooperative, né fare una guerra indiscriminata, ma mirata a premiare chi ha comportamenti corretti dal punto di vista etico ed escludere quelle che sfruttano la condizione di debolezza dei lavoratori, ad esclusivo beneficio degli amministratori delle stesse cooperative. Noi preferiamo parlare non di taglio ai servizi, ma di un uso più oculato delle risorse pubbliche anche attraverso un sistema di controlli sull’efficienza dei servizi offerti e di rispetto del lavoro delle persone

La soluzione non può neanche essere quella di pagare meno le cooperative (10%), come da lei affermato, poiché le cooperative, per garantirsi gli stessi introiti, risparmierebbero o sul costo del lavoro o sulla qualità del servizio offerto.

Caro sindaco lei ha la possibilità di fissare paletti nei capitolati di appalto, come chiedere alle coop di rispettare il salario minimo dei lavoratori, stabilire degli standard minimi di qualità del servizio verificati periodicamente e, magari, trovare le modalità, a parità di titoli e competenze, per favorire l’occupazione di fabrianesi (maestre d’asilo, inservienti, cuochi e personale di cucina, operatori nell’assistenza, operatori nei trasporti), che in questo momento di difficoltà avrebbero un’iniezione di dignità, fiducia e senso di appartenenza ad una comunità, poiché il vero genuino spirito cooperativo si esprime nell’imperativo morale che nessuno deve rimanere indietro!

Certi che Obtorto Collo ci leggerà con interesse ed attenzione le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

MoVimento Fabriano 5 Stelle

 

LA CULTURA SI MANGIA, CON LA CULTURA SI CRESCE!

Voglio raccontarvi una storia, la storia di una città visionaria che ha trasformato se stessa ed è rinata dalle proprie macerie.

La città è Bilbao, paesi Baschi, Spagna. Città di cantieri navali, altiforni, industrie chimiche, con un fiume, il Rìa, sporco e rugginoso per gli scarichi industriali, con un’aria ricca di sostanze inquinanti, che negli anni Ottanta, in piena transizione dal franchismo alla democrazia prima, e sotto i colpi della concorrenza dei paesi asiatici poi, comincia ad andare in crisi, con un tasso di disoccupazione del 25% e lo spettro del terrorismo dell’ETA. Oggi Bilbao è diventata un  museo di architettura moderna a cielo aperto, un centro culturale vivacissimo, la seconda piazza d’affari di Spagna dopo Madrid, sede di imprese con il più alto tasso di internazionalizzazione, ha bonificato il fiume e lungofiume, ha riqualificato quartieri, edifici dismessi sono stati trasformati in musei o centri congressuali, teatri, ha pedonalizzato il centro della città, ecc. Come è successo questo “miracolo”? Operatori pubblici e privati hanno elaborato un piano di riqualificazione della città basato su 4 assi principali: a) accessibilità e mobilità interna b) riconversione delle risorse umane c) trasformazione ambientale e urbanistica d) la scommessa dell’industria culturale cioè la capacità di una comunità di attrarre altre culture e tante persone. L’esempio di Bilbao è stato seguito con successo dalla città di Metz in Francia (dove è nato un nuovo centro Pompidou) e dalla regione tedesca della Ruhr (trasformatosi in un fiorente centro culturale)

La seconda parola chiave, dopo “cultura” a pensarci bene è anche un’altra: COMUNITA’ perché con la cultura non solo si mangia, ma si cresce, poiché è la cultura che determina il formarsi di un’identità comunitaria, favorendo lo scambio, l’incontro e la coesione tra i cittadini, creando una disposizione all’accoglienza che apre le porte ed attrae gli altri, che dà origine ad un circuito virtuoso di crescita e di produzione di beni immateriali e servizi.

Cosa impedisce che un miracolo del genere possa avvenire anche da noi? Non c’è più tempo; non si può rimandare oltre la definizione di un piano di riconversione economica di una città che non è più industriale, ma non ha ancora individuato la sua nuova identità. Abbiamo tutto ciò che ci serve per reinventarci un nuovo modello di sviluppo: abbiamo il paesaggio, il patrimonio artistico, abbiamo giovani e meno giovani dotati di creatività in tanti settori, abbiamo laureati e scuole di ogni indirizzo, abbiamo associazioni di categoria ed operatori privati che di fronte ad un progetto condiviso sarebbero sicuramente disposti ad investire tempo, denaro e competenze. Forse l’unica cosa che ancora si vede poco all’orizzonte è il coraggio e la volontà. Il coraggio di fare il primo passo (e il primo passo spetta necessariamente a chi per ruolo deve curarsi del bene comune, ovvero l’amministrazione) e  la volontà di riallacciare i fili che legano ogni individuo di una comunità a tutti gli altri (e in questo è indispensabile invece la collaborazione dei vari soggetti della comunità cittadina).

Perché nessuno si salva da solo: o ci si prende per mano o si affonda tutti insieme. A NOI LA SCELTA!

Giuseppina Tobaldi – Movimento 5 stelle