Similitudine del giorno. La vecchia cartiera sul Giano a Fabriano e…


Bear Run – Pennsylvania – USA
La Casa sulla Cascata di Frank Lloyd Wright (1935-1939)

Fabriano
Uscita del fiume Giano sotto la vecchia cartiera

Alcuni giorni fa scorrendo le pagine di Facebook, sono stata colpita dalle bellissime ed illuminanti immagini del fiume postate dal gruppo ALLA SCOPERTA DEL GIANO… una in particolare mi ha colpito obbligandomi a scrivere quanto segue.Avevo circa 8 anni, quando sfogliando casualmente le immagini di un libro di architettura rimasi letteralmente folgorata da quella che poi appresi essere una pietra miliare dell’architettura ed una delle espressioni più felici e riuscite dell’architettura organica, la famosa “Casa sulla Cascata” meglio conosciuta come Fallingwater o Casa Kaufmann dal nome del suo proprietario, opera di Frank Lloyd Wright.
La costruzione in pietra locale, sospesa come un nido di uccelli in un bosco della Pennsylvania, attraversata dalle acque del Bear Run, con le terrazze concepite come grandi vassoi (serie di piani a sbalzo e sovrapposti, che richiamano la stratificazione delle rocce del sito e aggettano audacemente sopra la cascata creando un eccezionale effetto scenico), quasi che la natura circostante ci si possa riversare dentro, permette agli spazi interni ed esterni, alle pietre native, al cemento armato prima albicocca chiaro poi beige, al torrente, alla cascata, agli alberi di fondersi in un respiro unico pieno di anima in armonia con chi guarda e vive quel luogo, tanto che quella costruzione non può essere immaginata in nessun altro luogo.
Da allora Frank Lloyd Wright fu di default il mio architetto preferito ed il suo modo di intendere l’architettura la mia più convinta risposta ai sostenitori della cementificazione selvaggia che ha prodotto tanto degrado urbano (comprendendo in esso centro e periferie).
Per tutta la sua lunga vita Frank Lloyd Wright ha lavorato per la causa dell’architettura, sfidando il mondo intero per difendere le sue idee innovative che si concettualizzano nell’ “architettura organica” definita dallo stesso Wright come un’architettura che si sviluppa dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere. Un’architettura completamente distinta da quella che viene applicata dall’esterno, come ad esempio le piramidi egizie, che con la loro imponenza tendevano a schiacciare l’uomo e a farlo sentire un moscerino senza individualità o come i mega palazzoni e capannoni anonimi, che tanto spazio hanno avuto nelle nostre città e che tarpano tutti i nostri slanci ideativi.
Anche durante la costruzione della casa sulla cascata, Wright ebbe numerosi contrasti con gli ingegneri strutturali. Si racconta che per convincere l’impresario costruttore a smontare i casseri a fine lavori, dovette posizionarsi proprio sotto la terrazza più grande mentre gli operai toglievano i puntelli. Andò tutto bene, anche se successivamente la struttura (anche per la mancanza di un po’ di contropendenza, oggi di prassi nelle terrazze e per la non conoscenza allora dei fenomeni di deformazione viscosa del calcestruzzo, oggi ben noti) ebbe qualche cedimento e si fessurò provocando delle infiltrazioni d’acqua all’interno dell’edificio. Problemi comunque poi risolti inserendo, con la tecnica del post-tensionamento del calcestruzzo, dei rinforzi in acciaio nelle parti strutturali principali.
Oggi i pericoli di crolli sono stati definitivamente scongiurati, anche se sono stati conservati i segni della storia strutturale dell’edificio (un po’ come nel caso della torre di Pisa) e la casa museo è aperta al pubblico con migliaia di visitatori ogni anno.
Mi piace richiamare questa casa, perché è un’opera che risponde ad un nostro profondo bisogno di armonia, che si può realizzare solo dove il territorio col suo verde, le sue acque, le sue terre, le sue rocce, si integra con gli elementi strutturali edili in quieta combinazione in modo che si possa ascoltare e respirare, quasi in sinestesia perfetta, il rumore dell’acqua, la quiete della campagna e il sapore di tradizione che recupera le nostre identità smarrite.
L’architetto organico sfida le difficoltà costruttive, ha come obiettivo l’armonia tra genere umano e natura, la creazione di un nuovo equilibrio integrativo tra ambiente costruito (elementi artificiali, costruzioni, arredi) e ambiente naturale (specificità del luogo).
Attento alle esigenze dell’individuo, segue le caratteristiche del tempo e valuta tutte le possibilità ed i materiali disponibili scegliendo la soluzione più adatta tecnicamente e a maggior resa estetica.
Se l’architettura seguirà un’ impostazione “organica”, la città risponderà al nostro bisogno di armonia e ben vivere e saremo capaci di ritrovare quel senso civico di appartenenza da sempre carta vincente e soluzione di tanti problemi. Per Fabriano mi auguro questo.

di Serena Fucksia
Attivista del MoVimento Cinque Stelle Fabriano

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