LA STORIA CHE SI RIPETE

Nel paese dell’eterno gattopardo, dove tutto cambia perché tutto resti come sempre è stato, la storia sembra un continuo replay. Un popolo che non ha mai fatto realmente i conti con il proprio passato, che non ha mai avuto il coraggio di guardarsi allo specchio, ora ha finalmente l’occasione di farlo, ma temo che per l’ennesima volta gli verrà impedito da chi la verità, non solo non la cerca e non la vuole, ma impedisce a chi la vuole trovare  di andare coraggiosamente fino in fondo.

Siamo come degli eterni fanciulli che rimandano sempre il momento della maturazione, del passaggio all’età adulta, che presuppone inevitabilmente la consapevolezza della memoria. Non si tratta di vivere con la testa rivolta all’indietro, ma di avere la certezza che se non sappiamo chi siamo, non possiamo pensare di costruire nessun futuro, ma solo un eterno, piatto, inconcludente presente. Soprattutto lo dobbiamo all’infinito numero di vittime della mafia, delle stragi, dei terrorismi che attendono ancora, dopo un interminabile tempo, verità e giustizia (ce lo ricorda periodicamente don Ciotti o Salvatore Borsellino e le loro associazioni)

L’occasione di guardarci allo specchio ce la stanno regalando dopo anni di indagini i magistrati delle procure di Palermo e di Caltanisetta: lo stato processa se stesso, perché 20 anni fa trattò con la mafia per la ricerca di un nuovo ordine politico che garantisse  gli interessi di potere dei mafiosi e  di pezzi di istituzioni.  Paolo Borsellino che aveva scoperto questo patto scellerato pagò con la sua vita la scelta di non restare indifferente.

LA STORIA SI RIPETE: come nel 1992, una situazione politica instabile,  la crisi dei partiti , il dilagare di immoralità e corruzione, la conclusione di un settennato e l’imminente elezione del nuovo presidente della repubblica, un sostanziale vuoto di potere, una condanna per mafia di un importante esponente politico, dell’Utri, definito dai fratelli Graviano “il compaesano nostro” che insieme a “quello di canale 5” doveva garantire (ed ha garantito) il nuovo ordine, l’isolamento di magistrati che fanno semplicemente il loro dovere, che vengono minacciati da anonimi messaggi in codice mafioso nella quasi totale indifferenza della politica, della stampa e delle istituzioni, anzi spesso accusati di eccessiva esposizione mediatica, di protagonismo dagli stessi organi che dovrebbero tutelarne l’incolumità e l’autonomia. Un silenzio assordante interrotto da alcune  voci che in splendida solitudine esprimono solidarietà  e preoccupazione. A differenza di 20 anni fa ad aggravare la situazione gli effetti  di una crisi economica devastante tra cui la comprensibile esasperazione di chi non ce la fa davvero più.

Sono troppe le analogie per non essere preoccupati: soprattutto quando sai che qualcuno vuole a tutti i costi la presidenza della repubblica (un presidente di garanzia chiede Mister B. Garanzia per chi?), quando vedi che tra i saggi scelti da Napolitano c’e’ un caro amico di Schifani, tuttora indagato per mafia, e un esponente del PD, Violante,  che 20 anni fa , in qualità di presidente della commissione parlamentare antimafia si rifiutò di incontrare Vito Ciancimino, che aveva qualcosa di interessante da raccontare a proposito della trattativa; su questa vicenda ha miracolosamente recuperato la memoria dopo 17 anni (come Martelli Claudio, come Nicola Mancino) perché i magistrati gliel’hanno fatta tornare. Allora capisci perché resta inascoltato l’appello di Sonia Alfano al presidente Napolitano di recarsi a Palermo per fare da “scudo” a Di Matteo minacciato di morte e perché nelle lettere anonime giunte in procura e ritenute attendibili dagli inquirenti c’è scritto: “non possiamo affidare il governo del paese a froci e comici” (forse un riferimento al modello di governo siciliano?).

Sì c’è da essere davvero preoccupati che la storia per l’ennesima volta si possa ripetere come un eterno ritorno.

Giuseppina – Fabriano 5 Stelle

 

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