FABRIANO – ATENE, VIAGGIO IN III CLASSE

La democrazia può essere declinata in numerose voci: rispetto delle regole, uguaglianza, libertà, pluralismo, partecipazione e molto altro. Un aspetto fondamentale della democrazia è mettere tutti nelle condizioni di poter partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica. Nell’antica democrazia ateniese l’aveva capito un certo Pericle, politico tanto imperialista e prepotente in politica estera, quanto lungimirante e democratico in politica interna. Egli fu il primo a ritenere che retribuire un cittadino che si occupava dell’amministrazione della polis fosse una garanzia di uguaglianza nella partecipazione, perché chi si occupa a tempo determinato, ma a tempo pieno, della gestione della cosa pubblica è costretto a trascurare il proprio lavoro o a lasciarlo provvisoriamente o ad affidarlo ad altri. Diversamente solo chi godesse di una situazione economicamente vantaggiosa avrebbe l’opportunità di occuparsi di politica. Ma soprattutto per gli antichi Greci la partecipazione alla vita pubblica era un dovere, un’onorevole attività, qualcosa di sacro. Addirittura per garantire che tutti potessero partecipare all’organo di indirizzo politico di Atene che era la Bulè, stabilì il criterio del sorteggio e della rotazione annuale. Tornando al presente mi verrebbe da dire che il problema non è tanto retribuzione sì o no, tempo pieno sì o no. La questione è dimostrare di essere capaci di programmare, pianificare e raggiungere risultati, essere continuamente in ascolto delle esigenze che la comunità cittadina esprime, ragionare in un’ottica di sistema e agire con metodo collegiale, rendere conto periodicamente dei risultati, accettare il doveroso controllo della minoranza e dell’organo di indirizzo politico, che è il Consiglio Comunale, sul proprio operato amministrativo: tutto ciò richiede un notevole impegno, i cui frutti sono verificabili, alcuni a breve, altri a medio o lungo termine dai cittadini. Siamo abituati a vedere l’amministratore come un fondoschiena appoggiato su una poltrona, spesso per numerosi lustri; percepiamo con fastidio la retribuzione di quello che viene giustamente considerato un servizio alla collettività. L’etimologia delle parole ci viene in aiuto: sindaco è derivato dall’unione di due parole “sun” + “dike” (con giustizia) e assessore dal verbo “adsidere” (sedere accanto), consigliere colui che esprime un parere, una volontà, un giudizio. La Politica (con la maiuscola derivante da Polis=comunità di cittadini) è un servizio, a tempo determinato (anche se molti ne hanno fatto un mestiere), ma è anche impegno e fatica e chi svolge il suo mandato con dedizione è giusto che abbia un riconoscimento economico, proporzionato al grado di responsabilità attribuito e al tempo ad esso dedicato, ovvero quanto basta per non offendere la sensibilità e la dignità di chi vive situazioni precarie o difficili, soprattutto oggi. Una retribuzione eccessiva comprensibilmente viene percepita come uno schiaffo alla precarietà e alla povertà. In questo caso la rinuncia a benefit e privilegi, non è tanto in un’ottica di risparmio, ma è piuttosto una scelta etica, una cosa naturale, non una concessione paternalistica dall’alto della propria posizione, ma un atto di decenza nei confronti di chi, non solo non gode di privilegi, ma spesso non vede riconosciuti nemmeno i diritti.

Giuseppina Tobaldi – Presidente del Consiglio Comunale di Fabriano

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