Considerazioni di un’ignorante…

Una della tante definizioni di economia che si trovano sui manuali è “la scienza che studia la gestione delle risorse per soddisfare i bisogni individuali e collettivi”. Poi si può discutere sulle modalità di gestione o individuare quali sono i bisogni (che nel tempo possono cambiare) o se valgano più i bisogni individuali o quelli collettivi o entrambi allo stesso modo. L’unica cosa chiara di questa definizione è che l’economia deve essere al servizio dell’uomo e non viceversa. Il mercato non è un Dio dal quale discende la nostra felicità e al quale dobbiamo una cieca obbedienza in nome della libertà individuale. Che cos’è questo libero mercato ? la teoria liberista parte dal presupposto che ogni individuo è portato a perseguire il suo interesse che è quello di guadagnare il più possibile quando vende e spendere il meno possibile quando acquista. L’incontro tra questi due comportamenti (la domanda e l’offerta) è regolato dalla legge non scritta della concorrenza. Ogni individuo con le sue capacità diventa un soggetto economico che insieme ad altri con il suo lavoro, le sue competenze, la sua iniziativa contribuisce al benessere della sua nazione, producendo beni che soddisfano bisogni. Un’idea basata sulla convinzione che chi è capace, coraggioso, intelligente, meritevole viene premiato con il successo (e questo di per sé non è sbagliato). La produttività dipende essenzialmente dall’organizzazione del lavoro, dall’ottimizzazione dei tempi in ognuna delle varie fasi in cui il lavoro viene diviso. Quando Adam Smith elaborò questa teoria la sua Inghilterra aveva già avviato, primo paese in Europa, la rivoluzione industriale e la classe borghese e la sua etica del lavoro, del guadagno e della produttività erano in ascesa, anche grazie alla disponibilità di capitali da investire, provenienti da attività ai nostri occhi a dir poco disumane, come il commercio degli schiavi necessari alle piantagioni del nuovo mondo. I costi umani (anche della produzione) sembravano secondari rispetto alla convinzione che quello fosse il progresso. Il liberismo non tollera l’intervento dello stato nell’economia e nelle modalità di produzione, se non per favorire le migliori condizioni perché il libero mercato (anche del lavoro) si sviluppi. Quando lo stato e la politica rinunciano completamente a governare e regolamentare lo scambio economico, la conseguenza è che chi possiede più capitali parte con un ampio margine di vantaggio, chi ne ha meno non regge alla concorrenza e chi non li ha affatto “vende” la sua forza lavoro in cambio di un salario. È come se in una corsa a qualche concorrente si permetta di partire con un vantaggio di 100 metri sugli altri. A partire dal XX secolo vi fu una progressiva concentrazione dei capitali nelle mani di pochi. Il capitalismo, quel sistema economico in cui il capitale viene in modo intensivo applicato alla produzione e nettamente distinto dal lavoro, si afferma nella forma del monopolio o dell’oligopolio (multinazionali, trust), legandosi fortemente al sistema bancario e finanziario. Laddove c’è un regime di monopolio o una forte concentrazione industriale e finanziaria la concorrenza è di fatto fortemente limitata o vanificata e il libero mercato, diventa legge del più forte, corsa alla speculazione, agli investimenti allegri, utilizzando i grandi capitali ma anche le risorse dei piccoli risparmiatori (lo sperimentarono per la prima volta gli americani nella famosa crisi del 1929). Cos’è una banca? È l’ intermediario tra risparmiatori e produttori; raccoglie denaro e concede prestiti a interesse, favorisce la circolazione dinamica delle risorse fornendo prestiti a chi produce economia reale. Punto. Tutto il resto non è vita reale. Quello che sono oggi le banche (salvo eccezioni) è una cosa diversa. Un modello di sviluppo basato sulla libertà economica senza freni, sullo strapotere della finanza internazionale che muove denaro virtuale con un click, un pugno di uomini che condiziona le scelte politiche mondiali, determinando in modo criminale il fallimento di interi stati e la fame per interi popoli, nella convinzione che il mercato si regola da solo con la sua “mano invisibile”, ha portato ad un mondo con più disuguaglianze, con più conflitti, con meno umanità. Forse si potrebbe iniziare da un radicale cambiamento di prospettiva, rimettendo al centro la persona e il suo bene-essere, non necessariamente coincidente con il PIL. Non è la politica ad esercitare ingerenze nel mondo bancario e della finanza, ma è la finanza che condiziona le scelte politiche, italiane, europee, mondiali; i politici non sono burattinai, come forse presuntuosamente credono, ma burattini, spesso moralmente complici, avendo come tornaconto la conservazione e il consolidamento del loro potere: ma quella non è politica, è un’altra cosa. Io non conosco i meccanismi dell’economia e della finanza; sono solo laureata in lettere ed insegno letteratura e storia. Però so cosa afferma la costituzione italiana e quella europea che ci danno le coordinate dentro le quali agire e scegliere.

La nostra Costituzione pone al centro sempre e immancabilmente, non il profitto, non la ricchezza, non la produttività, non il Dio mercato, ma la persona: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.(art. 41) “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. (art. 46). La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.(art. 47)

Dal preambolo della Costituzione europea invece leggiamo : “I popoli europei (…) hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. (…) l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.(…). E’ necessario rafforzare la tutela dei diritti fondamentali alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici. La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti della Comunità e dell’Unione e del principio di sussidiarietà (…) Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

Come possano questi principi meravigliosi conciliarsi con il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione io non arrivo a capirlo. Eppure pensavo di essere normodotata. Ecco, a me piacerebbe che proprio quelli come me, che vivono quaggiù, sulla terra e non nell’iperuranio dei tecnocrati o professionisti della politica, a contatto con l’economia reale e non virtuale, i comuni mortali che hanno come banale obiettivo una vita dignitosa e non la corsa al profitto e all’accumulo, fossero ascoltati da chi, seppure si definisce esperto, sembra abbia perso il senso della realtà, oltre che dell’umanità, pensando di affrontare la crisi usando gli stessi metodi che alla crisi hanno portato.

Giuseppina Tobaldi – Fabriano 5 Stelle

 

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